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Rosmini: sesta massima - Rovereto città di A. Rosmini

...tra storia, cultura e fede

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Rosmini, fede:  sesta massima
Disporre tutte le occupazioni della propria vita con uno spirito di intelligenza
dalle Massime di Perfezione cristiana
«1. Il cristiano deve sempre camminare nella luce, mai nelle tenebre.

2. A questo scopo egli deve chiedere allo Spirito Santo, con continue preghiere, il dono dell’intelletto per poter penetrare e capire le sublimi verità della fede, il dono della sapienza per poter giudicare rettamente delle cose divine, il dono della scienza per poter giudicare rettamente delle cose umane, e infine il dono del consiglio per poter dirigere se stesso applicando le verità che ha conosciuto alle particolari opere della sua vita.

3. In tutte le cose dignità, ponderazione e maturità devono distinguere il cristiano. Egli deve fuggire la fretta e la precipitazione dell’uomo del mondo perché sono contrarie ai doni dello Spirito, e sono effetti di una volontà umana carica di quell’ansietà che toglie la pace tanto raccomandata dal divino Maestro.

4. Lo spirito dell’intelligenza lo condurrà sempre a pensare molto prima alla purificazione propria che a quella del prossimo.
  
5. A) Riguardo alla purificazione e alla perfezione di se stesso la volontà di Dio gli si renderà nota facilmente. Prima di tutto la riconoscerà dalle circostanze in cui si trova. Secondo questo principio certissimo, egli comprenderà che:

I - La prima cosa che Dio vuole da lui è che adempia tutti i doveri del suo stato con fedeltà, con esattezza e con alacrità; che corrisponda a tutte le relazioni in cui si trova legato con le altre persone; che verso di esse usi tutte le amorevolezze e i riguardi che derivano naturalmente da queste relazioni; si comporti cioè con loro con tale carità che dovranno restare soddisfatte di lui; e che la sua conversazione con le persone con cui deve trattare [...] sia piena di dolcezza, di santa amabilità e di solida edificazione.  [...]
12. B) Anche se il cristiano, da se stesso, non cerca di far nulla di grande perché sinceramente si trova incapace di tutto, anche se, affezionato e contento, esegue solo i doveri del suo stato, anche se sceglie per sé una vita ritirata e il più possibile solitaria, silenziosa e nascosta, egli però non è insensibile ai beni o ai mali dei suoi fratelli. Prega per loro, arde per il loro bene, è sempre pronto a donarsi e a sacrificare anche tutto se stesso per la loro salvezza spirituale, se ha solide ragioni per credere che ciò che fa per loro non è fatto di propria volontà e presunzione, ma perché Dio lo vuole da lui.

13. Lo spirito di intelligenza lo deve guidare anche in questo, in modo da conoscere la volontà di Dio circa i servizi che deve prestare ai suoi fratelli.

14. Questo spirito di intelligenza gli dice che anche riguardo alla carità che deve praticare verso i suoi fratelli, la volontà di Dio è solita manifestarsi prima di tutto e in modo ordinario attraverso le circostanze esterne.

15. Queste circostanze da cui può fondatamente conoscere quali particolari atti di carità è chiamato a compiere verso il suo prossimo, sono le seguenti:

1° il trovarsi davanti i bisogni del prossimo. San Giovanni infatti gli dice chiaramente: «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?» (1 Giovanni 3, 17); 2° l’essere richiesto di qualche servizio di carità da parte del suo prossimo. [...]  Anche il cristiano dunque, se vuole essere perfetto come il Padre che è nei cieli, dia tutto quello che può dare quando il prossimo glielo chiede.
Massime di Perfezione Cristiana
di Antonio Rosmini



16. Per poter eseguire bene l’opera di carità che gli è richiesta, egli deve prestarla con coraggio e con letizia se davvero vuole corrispondere alla vocazione di una vita perfetta nella carità. E la eseguirà anche con suo grave disagio, a sue gravi spese; insomma, con tutto l’amore ardente che non cerca e non pensa alle cose proprie ma sempre a quelle degli altri, con la carità che il divino Maestro ha esercitato verso di noi. Egli ci ha mostrato che la perfezione della carità non ha limiti di umane delicatezze, infatti è giunto a versare il proprio sangue, e il sangue sopra un patibolo.

17. E così succede che l’umile e fervoroso cristiano, che da parte sua non sa scegliere per sé che una vita nascosta, [...] venga pian piano, dalle forze della carità, tirato fuori dal suo nascondiglio, che egli ama non per inerzia, ma per sincera umiltà. Viene portato, per il bene del suo prossimo, a una vita attiva, immerso anche, se è Dio che lo vuole, in un mare sconfinato di pensieri, di brighe, di faccende, di affari grandi e piccoli, illustri e disprezzati: comunque siano, i primi che la volontà di Dio dispone che egli veda.

18. Con questo spirito di intelligenza il cristiano pieno di carità diventa, dentro alle circostanze, più grande di se stesso: abbraccia cose grandissime, faticosissime, pericolosissime; abbraccia tutto insomma, purché Dio gli faccia sentire internamente di averne la capacità, purché i suoi superiori non glielo vietino, e purché ne sia richiesto espressamente o tacitamente dal suo prossimo, nel quale vede sempre il suo divino Signore.
19. Il cristiano che ama la perfezione, assume queste opere di carità senza avere una predilezione volontaria per l’una piuttosto che per l’altra.

20. Egli si attiene perciò alle tre regole seguenti:

1° Abbraccia le prime opere di carità che il suo prossimo gli chiede e, comunque siano, piccole o grandi, piacevoli o sgradite, eseguibili da qualsiasi persona o soltanto da lui, mai le rifiuta per aspettarne di future incerte.

2° Se gli vengono richieste più opere di carità contemporaneamente e non può assumerle tutte insieme, procede a farne la scelta secondo l’ordine della carità, attento sempre ad accollarsi solo quelle che sono proporzionate alle sue forze.

3° Infine, di nessun’opera di carità si stanca o si infastidisce. Se può, le porta tutte a termine; e se comportano una continuità, persevera e non passa ad assumerne altre oltre quanto ha già intrapreso, ma continua nelle opere assunte come rimanendo nella propria vocazione. [...]
24. Regola infallibile e generale per avere la prova che è volontà  di Dio quella che si è manifestata attraverso i segni delle circostanze  esterne, come anche quella che si è manifestata attraverso i segni delle ispirazioni interne, dev’essere la pace e il tranquillo gusto delle cose, che il cristiano prova nel profondo della sua coscienza. Deve concentrarsi in se stesso e ascoltare attentamente se sente qualche inquietudine. Se ci bada attentamente, troverà qui il segno indicatore  della sua condizione. L’amor proprio e un fine umano qualsiasi mettono sempre un po’ di turbamento. Conosciuto questo lieve turbamento nella propria coscienza, se  vuole, potrà scoprirne subito la causa. Potrà conoscere che cosa in lui  non procede dal puro spirito di Dio, che è spirito di calma perfetta, ma procede dal proprio spirito, da una sottile superbia, da una sensibilità non completamente sottomessa; insomma, da un inganno del  nemico. [...]».1)


Rosmini lo spiega chiaramente in una lettera da lui inviata alle Suore della Provvidenza 2):

« [...] operare con ispirito d’intelligenza non vuol dir altro se non operare con ragione, senza lasciarci mai muovere o perturbare da passione alcuna».

Qui si intende la retta ragione, che è anche dono di Dio, una ragione libera da interessi e motivazioni personali e da qualsiasi passione che la possa offuscare.

«Conviene considerare che lo spirito d’intelligenza si esercita tanto più, quanto più è alta ed universale la ragione secondo la quale noi dirigiamo le nostre operazioni. [...] Ora la più alta e la più universale di tutte le ragioni d’operare è quella di far sempre in ogni cosa la volontà di Dio». 3)
 Stimare al massimo le cose del Cielo...
Sotto le feste natalizie del 1833, a sei mesi dalla morte della sorella Margherita, Antonio Rosmini indirizza alla madre il seguente augurio, che chiede anche per sè stesso:

«[Che Dio] La colmi di quei lumi che illustrano l’anima e che fanno conoscere la nulla stima che si deve fare delle cose del mondo che passa, e la somma delle cose del cielo che non passa. Questo è quello che desidero tanto anche per me. Senza questo noi non possiamo mai giungere a fare con piacere la volontà di Dio, che è pur sempre amabilissima e non giungiamo né pur mai a conoscerla. E pure non c’è altro di bene a questo mondo che il conoscere la volontà di Dio e l’eseguirla; studiandoci di non offenderlo mai in cosa alcuna»4).
Note:

1) ROSMINI A., "Massime di Perfezione Cristiana - adatte ad ogni persona in qualsiasi condizione", trasposizione e aggiornamento linguistico di suor Maria Michela Riva, rosminiana, Edizioni Rosminiane Sodalitas, Stresa 2020, pp. 35-41.
2) Le Suore della Provvidenza sono il secondo ramo dell'Istituto della Carità, fondate dal Rosmini nel 1833.
3) ROSMINI ANTONIO, Epistolario completo, XI, Lettera 6648, Stresa 24 settembre 1850, [alle Suore della Provvidenza in Inghilterra].
4) ROSMINI ANTONIO, Epistolario completo, XI, Lettera 2154, Trento 29 dicembre 1833, [alla contessa Giovanna Rosmini a Rovereto].
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